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Il sito con le principali informazioni sulla città di Catania
La Storia

Sembra, scrive lo storico Santi Correnti, che l'uomo sia apparso in Sicilia nel periodo paleolitico, circa un milione di anni fa. Il toponimo di Catania deriverebbe dal siculo Katane, che significa grattugia,  scorticatoio, dal terreno lavico su cui sorge.
I mitologi antichi favoleggiano dei Ciclopi e dei Lestrigoni, che avrebbero abitato l'area della Sicilia che comprende oggi l'Etna, Catania e Lentini. I primi, noti per la leggenda narrata nell'Odissea, sarebbero stati esseri giganteschi e mostruosi con un solo occhio, che, ancora secondo Correnti, possono essere spiegati o come personificazione dei crateri dell'Etna o dalla presenza di crani di elefanti nani, certamente esistiti nell'Isola, in cui il buco della proboscide venne interpretato come cavità oculare. Nell'Odissea Polifemo, il capo dei Ciclopi, accecato con astuzia da Ulisse, avrebbe scagliato dei massi enormi per cercare di colpire il natante dell'eroe greco, senza riuscirvi. Questi massi, caduti in mare, sarebbero i Faraglioni e l'isola Lachea, antistanti Acitrezza. I secondi, i Lestrigoni, ancora secondo le leggende narrate da Omero, erano anch'essi di statura gigantesca ed antropofagi ed avrebbero abitato le terre di Lentini.
Un altro dei miti cari ai catanesi è il ratto di Proserpina. La grande fontana in Piazza della Stazione richiama la leggenda della bella Proserpina, figlia di Zeus e di Demetra, mentre viene strappata alla terra da un Plutone dal volto corrucciato su un cocchio tirato da cavalli e da sirene. Trattandosi di una leggenda legata alla religiosità agricola mediterranea, anche per il ruolo svolto da Demetra, dea delle messi, il luogo della scena del ratto è stato rivendicato da diverse popolazioni, dai tarantini ai lentinesi, dagli ennesi ai siracusani e ai catanesi. Essa rappresenta, comunque, l'esperienza religiosa della fertilità della terra, che tra i popoli mediterranei aveva una grande diffusione.
Secondo la tradizione più accreditata, i più antichi abitatori storici della Sicilia, che si stanziarono anche alle falde dell'Etna, sarebbero i Sicani, popolazione agricola che chiamò l'Isola Sicania. Queste genti furono successivamente cacciate all'interno dai Siculi, guerrieri provenienti dalla penisola italica. Secondo Correnti, ancor oggi, quando i siciliani vogliono essere creduti in ciò che affermano, giurano sui propri occhi, perchè i Siculi punivano gli spergiuri con l'accecamento.
A una leggenda antichissima, secondo l'Enciclopedia di Catania, edita da Tringale, è riportata l'origine dell'elefante di Catania, che dal 1239 è il simbolo ufficiale della città. Questa leggenda, ricollegandosi al fatto storico che la Sicilia, nel paleolitico superiore, possedeva tra la sua fauna originaria anche l'elefante nano, racconta che quando Catania fu per la prima volta abitata, tutti gli animali feroci e nocivi furono messi in fuga da un benigno elefante, al quale i catanesi, in segno di gratitudine, eressero una statua, da essi chiamata col nome popolare di Liotru, che è una corruzione dialettale del nome di Eliodoro, un dotto catanese fatto bruciare vivo nel 778 dal vescovo di Catania. Secondo il geografo arabo Idrisi l'elefante di Catania è una statua magica, un vero e proprio talismano, costruito in età bizantina, in pietra lavica, proprio per tenere lontane dalla città le offese dell'Etna. I catanesi sono legatissimi al simpatico pachiderma, tanto da autodefininirsi marca elefante quando vogliono dire di essere catanesi autentici.
Altre leggende popolari sono quelle dei fratelli Pii, che, avendo salvato i vecchi genitori dalla furia della lava, resero Catania celebre per la pietà filiale, dei giganti saraceni Ursini, sconfitti ed uccisi dal paladino Uzeta, del cavallo del vescovo di Catania che sparì dentro il cratere dell'Etna, della patetica storia di Gammazita, che si gettò in un pozzo per non essere disonorata da un soldato francese, della variante catanese di Cola Pesce, del cavallo senza testa, che gli intriganti frequentatori settecenteschi di via Crociferi inventarono per non essere notati o riconosciuti quando si recavano a segreti incontri amorosi o in luoghi di cospirazione.
Sebbene Catania giaccia ai piedi dell'Etna e nel corso dei secoli sia stata più volte lambita da colate laviche, le vestigia della città antica continuano ad emergere dal sottosuolo, dimostrando falsa l'opinione che il vulcano l'avesse in gran parte cancellata. I numerosi resti, del passato greco e romano di Catania anzi, se analizzati sulla base di modelli interpretativi non obsoleti, consentirebbero di offrire per questo periodo un quadro ampio ed articolato delle vicende storiche, urbanistiche ed artistiche della città.
Secondo quanto scrive Tucidide Catania venne fondata nel 729 a.C. da coloni greci provenienti da Calcide nell'Eubea : dopo aver dato vita a Naxos nel 734 a.C. costoro, spingendosi verso sud, con la forza delle armi scacciarono dalle loro sedi i Siculi e crearono le città di Leontini e di Catania appunto. In piena consonanza con la notizia dello storico ateniese sono principalmente i risultati di un recentissimo scavo (condotto dalla locale Sovrintendenza ai beni culturali) all'interno del Castello Ursino: qui, in un'area che nell'antichità era più vicina al mare di quanto non lo sia attualmente, sono stati rinvenuti strutture e materiali greci che risalgono al periodo tra la fine dell'VIII e gli inizi del VII secolo, attribuibili cioè alla fase originaria della colonia di Catania.

Storia di Catania

SEGUE . . .

Anche sulla sommità della collina dell'acropoli - oggi occupata dalla piazza Dante e dal grandioso monastero benedettino di San Nicolò l'Arena - in una serie di campagne di scavo iniziatesi nel 1978, sono stati scoperti strutture e materiali greci di VII secolo, che messi in relazione con quelli di Castello Ursino, suggeriscono l'idea che l'insediamento di Catania, al pari di quello di altre colonie siciliane, avesse occupato fin dagli inizi un ampio spazio senza procedere però alla sua capillare urbanizzazione. E' da ricordare ancora che sempre nel corso delle stesse indagini sulla collina dell'acropoli sono state rinvenute significative tracce di frequentazione del sito nel periodo preistorico, relative in specie al neolitico ed all'età del rame.
Per i secoli VII e VI le fonti letterarie sono avare di notizie su Katane (questo il nome della città in epoca greca): ci fanno comunque sapere che, nei decenni iniziali del VI secolo, vi fu attivo Caronda che le avrebbe dato un corpo di leggi scritte. L'indagine archeologica invece permette di seguire durante questo periodo la progressiva - e non pacifica - espansione della colonia calcidese nel suo retroterra; una stipe votiva di eccezionale interesse (rinvenuta in città nel 1959 nell'area di piazza S. Francesco, ancora inedita), attraverso i suoi materiali ceramici di VI secolo provenienti non solo dalle officine di Atene e Corinto, ma anche di Sparta, Chio e altri centri greci, lascia poi intravedere una Katane che risulta a pieno titolo inserita nel mondo ellenico.
Nel 476 a.C. la conquista da parte del tiranno siracusano Gerone sconvolse la vita della città: egli ne espulse gli abitanti calcidesi, la ripopolò con un cospicuo numero di Dori di origine siracusana e peloponnesiaca, la rinominò Aitna (Etna); nel 461 a.C., comunque, dopo la caduta della tirannide siracusana, i Calcidesi ritornarono nella loro città ridandole l'antico nome. Nella seconda metà del v secolo, nel corso della grande spedizione ateniese in Sicilia (415-13 a.C.), gli abitanti di Catania si schierarono dalla parte della città attica cercando di contrastare tra l'altro le mire della vicina Siracusa sul proprio territorio. Una decina d'anni dopo la sconfitta ateniese, nel 403 a.C., Catania venne conquistata dal tiranno siracusano Dionigi il Grande: egli ne vendette in parte come schiavi gli abitanti, e introdusse nella cittadinanza gruppi di suoi mercenari campani. Dopo questi avvenimenti, nel IV secolo e nei primi decenni del III, Catania restò inserita nell'orbita della potenza siracusana. Indicativo in tal senso è anche il fatto che tra le statuette della stipe di piazza S. Francesco per il V e il IV secolo il tipo più diffuso sia quello di Kore con la fiaccola, introdotto con ogni verosimiglianza da Gerone, sacerdote appunto di Demetra e Kore, al momento della prima conquista siracusana di Catania.
La conquista romana del 263 a.C., agli inizi della prima guerra punica, aprì per Catania un periodo di circa sette secoli durante il quale essa accrebbe notevolmente la sua importanza e il suo prestigio, fino al punto che nel IV secolo d.C. il poeta gallico Ausonio associandola a Siracusa la collocò tra i primi centri dell'impero romano. Catania rimase città decumana, cioè soggetta al versamento di una quota di un decimo dei prodotti del suo territorio, per quasi due secoli dopo la sistemazione della provincia di Sicilia da parte del proconsole M.Valerio Levino intorno al 210 a.C..
Un deciso miglioramento nella sua condizione si registrò quando, un quindicennio dopo aver sconfitto nell'isola Sesto Pompeo, nel 21 a.C. Augusto la innalzò al rango di colonia romana, forse per suggerimento del suo principale collaboratore M. Vipsanio Agrippa, grande proprietario terriero nella zona. La decisione imperiale comportò un incremento nel numero degli abitanti di Catania determinato dall'immissione nel corpo cittadino di nuclei di veterani, e comportò ancora un notevole ampliamento del territorio della città grazie all'acquisizione della fertile piana a sud del Simeto, precedentemente controllata da Leontini. Tutto ciò, sommato ai vari privilegi connessi con lo status coloniale, favorì la crescita economica di Catania durante l'epoca imperiale.
Subito agli anni dell'istituzione della colonia, quand'era necessario dare un'impronta romana alla città, è da ricondurre la sistemazione dell'area forense intorno all'attuale cortile S. Pantaleone; allo stesso periodo inoltre sembra risalire una decisa azione di riordinamento del tessuto viario della città. Sulla base di recenti scavi condotti in via Crociferi e di una carta manoscritta del Cinquecento, la rete stradale della colonia risulta in qualche modo rintracciabile in quella odierna della zona che ruota intorno alla via Vittorio Emanuele nel tratto compreso tra la piazza Duomo e la via Plebiscito; nei secoli dell'impero comunque il tracciato augusteo fornì le direttrici per l'espansione dell'area urbana in particolare verso sud, dove verrà anche edificato il circo per le corse dei carri. Il limite nord della città imperiale fu invece rappresentato dall'anfiteatro: costruito nel II secolo d.C. l'edificio nella sua grandiosità può ritenersi il coronamento del processo di accumulazione di ricchezze iniziatosi a Catania con l'elevazione al rango di colonia. Esso, inoltre, considerato insieme agli altri luoghi di spettacolo della città come il teatro e l'odeon, ai numerosi complessi termali o all'efficientissimo sistema di approvvigionamento idrico, è significativo dell'alto livello della qualità della vita che dovette caratterizzare Catania durante l'età imperiale.
Non è possibile al momento definire esattamente i tempi e i modi dell'introduzione e dell'affermazione del Cristianesimo a Catania, anche se si può pensare che qui non pochi fossero i fedeli della nuova religione alla metà del III secolo d.C. quando, durante la persecuzione dell'imperatore Decio, la tradizione data il martirio di Agata, la patrona della città. Notizie più sicure sulla Catania cristiana si hanno invece a partire dal IV secolo d.C. grazie ad un consistente nucleo di iscrizioni ed agli scavi condotti in aree sacre o cemeteriali.
Nei decenni centrali del V secolo d.C., le incursioni dei Vandali interessarono la città arrecandole certamente notevoli danni: i grandi monumenti romani, d'altronde, non vennero tenuti in gran conto neppure durante il dominio gotico in Sicilia se Teodorico, signore dell'isola tra il 491 e il 526 d.C., concesse agli abitanti di Catania di servirsi degli squadrati blocchi di pietra lavica dell'anfiteatro per le loro costruzioni. Presa da Belisario nel 535 d.C. nel corso della guerra greco-gotica, la città fece parte dell'impero bizantino per tre secoli: a questo periodo, di cui siamo principalmente informati attraverso le fonti scritte, risalgono alcuni edifici di culto localizzati sia nella città sia nel circondario.
Dopo che gli Arabi misero piede in Sicilia nell’827 d.C., conquistarono rapidamente anche Catania, ma in città non sono sopravvissute tracce significative del loro passaggio. Alla metà del XII secolo, comunque, quando Catania era da poco meno di un secolo normanna, il geografo Al-Idrisi non poté fare a meno di ricordarne le non poche moschee ancora attive.
Nel 1071, guidati dal Gran Conte Ruggero, i Normanni occuparono Catania, non senza patteggiare, sembra, con l'emiro di Siracusa, Ibn al-Werd. Era l'inizio di una nuova vita. Ma, partito Ruggero, i Catanesi richiamarono l'emiro, e i Normanni dovettero riconquistare la città nel 1081. I nuovi signori dubitavano della fedeltà di queste popolazioni, che per lingua e cultura oscillavano tra la greco-bizantina e la saracena; per non parlare della consistente comunità ebraica esistente a Catania. Né maggiore fiducia ispirava la gerarchia della Chiesa, nella misura in cui questa poteva essere sopravvissuta alla dominazione araba.
Come per altre parti della Sicilia, Ruggero preferì dunque creare una struttura civile ed ecclesiastica integralmente nuova, affidando ai monaci benedettini la direzione dell'evangelizzazione religiosa e della riorganizzazione civile. Catania perse così la sua libertà e venne infeudata al fidato Ansgerio, già abate di S. Eufemia. Questi venne anche nominato abate dell'Abazia benedettina di S. Agata, e vescovo di una diocesi molto larga (da Mascali a Enna e Piazza Armerina). Questa configurazione del potere, con la riunione delle tre cariche - tutte sostenute da pingui rendite - sarà a lungo un elemento determinante nella storia della città. Contemporaneamente, dopo il 1078, si iniziò a costruire la Cattedrale, nello stile di una Chiesa-fortezza, dotata di muraglioni possenti e di torri, vicina alla costa in modo da controllare il porto.
Città feudale, Catania lo rimarrà per quasi centocinquanta anni: il tempo di sviluppare un ceto urbano - mercantile e produttivo - relativamente autonomo. Di questo processo non sappiamo molto; nondovette essere facile, anche perché la città fu distrutta dal terribile terremoto del l169 che infuriò su gran parte della Sicilia orientale; per questa occasione si fa la cifra, esagerata, di diecimila morti, tra i quali lo stesso vescovo Giovanni Aiello, perito con gran moltitudine di persone tra le rovine della Cattedrale ove si officiava la festa della patrona.
Catania doveva aver raggiunto comunque un buon grado di vitalità, perché appena trent'anni dopo il terremoto, in pieno fervore di ricostruzione, la troviamo parteggiare per gli ultimi eredi degli Altavilla e ribelle contro Enrico VI, il figlio del Barbarossa.
La punizione ad opera del furor theutonicus imperiale fu terribile e le cronache parlano di "distruzione" della città; la Cattedrale venne data alle fiamme, con la probabile perdita dell'archivio capitolare e di parte del tesoro.
Anche contro Federico II Catania insorse nel 1232, subendo un secondo devastante saccheggio. A guardia di essa, Federico fece iniziare la costruzione del Castello Ursino, potente pedina in un sistema di fortificazioni che da Messina a Enna a Siracusa serviva a tenere la Sicilia orientale.
Sotto Federico II, però, la città si liberò dalla giurisdizione feudale del vescovo-abate, divenendo città regia (demaniale); e nel 1240, insieme con Castrogiovanni e Piazza Armerina, altri centri importanti della diocesi vescovile, viene riconosciuta come Comune e invitata ad eleggere rappresentanti al Parlamento.
Della Catania tardo medievale e rinascimentale il visitatore, come l'abitante, può solo farsi l'ombra di un'idea. Il doppio evento naturale che distrusse la città alla fine del XVII secolo (l'eruzione del 1669 e il terremoto nel 1693) ne ha lasciato ben poche tracce, leggibili per gli studiosi, ma sparse in modo tale che il turista deve accontentarsi di indovinarle mentre percorre altri itinerari. A questi danni, gli storici aggiungono la perdita dell'Archivio comunale, distrutto nel dicembre 1944 nell'incendio del palazzo degli Elefanti durante i moti separatisti.
Eppure è in questi quattro secoli che si registra una crescita e un’espansione della città tale da giustificare, dopo il terremoto, la decisione di ricostruirla sullo stesso luogo. Si calcola che Catania contasse circa 20.000 abitanti nel 1580 e che nel 1693 si fosse mantenuta sulla stessa cifra nonostante diverse carestie e pestilenze.
La terza sorella delle città del Regno (così si definisce in una supplica a Carlo V nel 1520) poteva trovare un proprio spazio politico solo nella lunga rivalità che oppose Palermo a Messina. La sua struttura politica fu tuttavia sempre determinata dall'immenso potere, anche economico, della Curia vescovile: un equilibrio teso fra il polo del potere ecclesiastico e quello delle autorità laiche; queste ultime, a loro volta, non chiaramente equilibrate tra forze popolari (o meglio borghesi), un patriziato in ascesa, e famiglie feudali.
Decisivo fu per Catania il rapporto con la casa di Aragona. Qui nel 1295 si svolse il colloquium generale dei nobili e delle città demaniali che proclamò re di Sicilia Federico III d'Aragona. Qui soggiornarono spesso la Corte e i suoi uffici.
L'Università (Siciliae Studium Generale) venne fondata nel 1434 sotto Alfonso il Magnanimo e godette a lungo il privilegio di essere la prima e l'unica della Sicilia. La sua istituzione fu insieme il segno del favore regio, delle ambizioni del ceto dirigente cittadino e, all'interno di questo, della competizione fra la curia vescovile, gli ordini religiosi e i nobili.  Il vescovo tenne il controllo dello Studio in quanto suo cancelliere.
Centro commerciale importante per lo smistamento di merci e vettovaglie, l'area catanese conserva anche tracce della presenza di mercanti genovesi, pisani, catalani (sia nobili e funzionari che mercanti e marinai). Questa spiega l'esistenza di una chiesa dedicata alla Madonna di Monserrato (Montserrat): distrutta dalla lava del 1669 venne riedificata nel sito attuale dove diede poi nome ad uno dei quartieri moderni.
Nel corso del Quattrocento, la città conosce un'espansione che è anche quella di una élite che va progressivamente occupando tutte le funzioni pubbliche e le prebende sia ecclesiastiche che civili. La più importante famiglia di tale patriziato è quella dei Paternò, e ad essa si affiancano le famiglie feudali.
Le più importanti cariche comunali erano il Capitano di giustizia, il Patrizio, e i sei membri del consiglio chiamati senatori. Nel 1412 i cittadini avevano ottenuto lo scrutinio cioè il diritto di eleggere i senatori, sia pure scegliendo entro liste molto controllate. Osteggiato, sospeso e ripreso più volte, il sistema dello scrutinio rappresentava tuttavia il luogo della decisione e della legittimazione collettiva del governo municipale. Nel 1435 Alfonso il Magnanimo concesse alle maestranze che i loro consoli potessero intervenire in Consiglio, concessione ritirata qualche anno dopo.
Tuttavia, nel corso del Quattrocento, poco più di una dozzina di famiglie riuscì a raccogliere al proprio interno il più gran numero di designazioni. Sono nomi che ritroveremo a lungo nella storia anche urbanistica e culturale della città: oltre ai Paternò, Riccioli, Rizzari, Monsone, Platamone, Ansalone, Castello, Traversa, Gioeni, Asmari, Pesce, Asmundo, La Valle ... Infine, anche gli organi periferici del governo viceregio, piuttosto che fungere da contrappeso centralistico, finirono col cadere nelle mani di questa élite, che si avvantaggia anche dell'Università. La sconfitta della parte popolare segna l'adeguarsi di Catania al sistema politico spagnolo: ma la città mantiene un carattere più borghese, rispetto a Palermo, e produce pensatori politici originali come i giuristi Blasco Lanza (c. 1466-1535) e Mario Cutelli(1584-1654).
Si diceva che a Catania li gentilhomini per la maiuri parti su mercanti e massari. Di questo genere è la carriera di Battista Platamone, proveniente da una famiglia che al commercio aveva affiancato la gestione di cariche pubbliche. Battista si laureò in diritto a Padova; dal 1420 occupò diverse cariche di natura fiscale e amministrativa, accumulò titoli di nobiltà e feudi, giungendo ad essere viceré per qualche mese nel 1440-41. Era in grado di prestare danaro alla Corona; fu tra i promotori dell'Università.
Il rapporto di Catania col suo patriziato e con la sua feudalità è anche il rapporto con la sua campagna, vasto entroterra agricolo ricco di risorse.
Catania appare oggi al visitatore accorto come una città nuova. Dal punto dì vista urbanistico e architettonico, il 1693 è il suo anno di nascita. Le strade larghe e dritte, dalla maglia ad angoli retti; i palazzi e le chiese uniformi per stile, decorazioni e materiali; l'impiego coerente della lava nera e della pietra calcarea chiara; l'impianto scenografico di luoghi come la piazza del Duomo: tutto fa pensare ad un progetto organico, e dà un senso preciso alla definizione di barocco catanese. Eppure, non solo la ricostruzione prese lo spazio di diverse decine d'anni, ma moltissimi edifici vennero rimaneggiati, sopraelevati, completati, ancora ai primi dell'Ottocento.
Il fatto cruciale fu la decisione di intervenire subito con un progetto complessivo. Il viceré Giovan Francesco Paceco duca di Uzeda, uomo di cultura e di interessi scientifici, si trovò di fronte al compito di ricostruire ben 77 città, alcune delle quali di importanza militare preminente, come il porto di Augusta. Affidò quindi l'incarico di vicario generale per il Val di Noto a Giuseppe Lanza duca di Camastra.
Catania appariva totalmente distrutta. A far pendere la bilancia verso la decisione di ricostruire sullo stesso luogo fu l'esigenza di non abbandonare le fortificazioni. Il duca di Camastra si servì di tecnici e ingegneri militari per sgomberare le macerie, prendere iniziative contro i predoni e nutrire la popolazione. Nel giugno del 1694, col concorso d rappresentanze di tutti gli ordini di cittadini, egli approntò il piano generale.
Una linea ideale divideva la città in due parti, assegnando ai terreni due diversi prezzi convenzionali: quella ad ovest, in cui il prezzo dei terreni veniva scontato di circa un terzo, fu destinata ad accogliere, come già prima, i quartieri popolari; verso est si concentravano invece gli edifici della nobiltà laica ed ecclesiastica. Le strade larghe, interrotte da piazze frequenti e regolari, costituivano una precauzione antisismica. Furono definiti gli assi viari principali, sovrapponendo delle linee rette all'antico corso tortuoso delle vie e sottolineando, nella parte ovest del Corso, l'antico impianto della città romana.
"Facevano a gara i cittadini per ricostruire case e palazzi" scrive lo storico benedettino Vito Amico. Egli riporta così un dato importante:la dimensione autonoma, in parte popolare, degli sforzi compiuti per riempire di realtà edificate il tracciato che le autorità avevano predisposto. Ne resta memoria nella tradizione che assegna la decisione di ricostruire Catania all'energico attivismo di un canonico della cattedrale, Giuseppe Cilestri, e di suo nipote Martino.
Il fervore della ricostruzione dà il tono alla vita di Catania settecentesca; per decenni essa è tutto un cantiere, che attrae popolazione e maestranze, che mette in moto l'economia, che apprende nuove tecniche e le dissemina a sua volta. Una esperienza preziosa per gli architetti, come i catanesi Alonzo di Benedetto e Francesco Battaglia, Girolamo Palazzotto da Messina, il palermitano Giovan Battista Vaccarini, e poi il toscano Stefano Ittar e tanti altri. Tra tutti il Vaccarini è forse quello che ha lasciato il segno più netto, sia per il gran numero di edifici da lui curati che per il lungo periodo del suo operare a Catania.
Certamente l'immane sforzo di ricostruzione si dovette ai cospicuiinvestimenti edilizi resi possibili dalle rendite feudali accumulate dalle grandi famiglie, dalla Chiesa, dagli ordini religiosi (particolarmente impressionante l'impegno dei Benedettini nel riedificare il monastero di San Nicolò l'Arena col tono di una vera e propria reggia). Ma fu così che la città poté superare la crisi dei primi decenni del Settecento, che vide la Sicilia passare dal dominio spagnolo ai Savoia (1713-1720), poi agli Austriaci (1720-1734) e infine alla nuova dinastia borbonica, e ciò non senza l'inizio di grandi cambiamenti e grandi speranze, e conflitti anche nell'ordine religioso, tra Stato e Chiesa.
Il segno più certo di tale vitalità, oltre all'espansione stessa del tessuto urbano, è la vicenda della cultura. Vi è innanzitutto l'accresciuta importanza dello "Studio" - l'Università -, che sotto il prevalente impulso di medici e giuristi già fin da prima del terremoto aveva posto le basi per una nuova sede e una espansione; il suo palazzo è ora tra i primi a dare nuovo prestigio alla riorientata via Uzeda (oggi via Etnea), collocandosi a mezzo tra il palazzo comunale e la chiesa della élite dirigente, quella di S. Maria dell'Elemosina (Collegiata), ricostruita sullo stesso luogo ma riorientata in modo da affacciarsi sulla nuova strada principale. L'Università è terreno di conflitto tra la direzione ecclesiastica e quella laica, in un'epoca in cui i governi cominciano ad avocare a sé il controllo della cultura. Proliferano perciò i centri privati di studio, le biblioteche private, le associazioni, le accademie. La terribile esperienza del terremoto e l'incombere del vulcano indirizzano il dibattito culturale verso un progresso concreto delle scienze geologiche, mineralogiche, vulcanologiche; si supera così la strettoia della disputa tra scienza e fede, e con l'opera del canonico Giuseppe Recupero (1720-l778) si pongono i fondamenti di un ricco patrimonio nelle scienze naturali che sarà continuato nell'Ottocento.
Personalità dominante è quella del principe di Biscari, Ignazio II Paternò Castello (1719-1786). Il Principe di BiscariFigura di livello europeo, archeologo, antiquario, predispose una biblioteca e soprattutto un Museo che riscossero l'ammirazione di tutti i visitatori e divennero centro di studio e di ricerca. Gareggiava con questa gran collezione privata la biblioteca e il museo dei Benedettini, anch'essi centro di discussione e di studi classici, filosofici, storici, naturalistici. Lo storico Vito Maria Amico (1677-1762) e più tardi il naturalista Emiliano Guttadauro(1759-1836) ne sono tra i nomi più rappresentativi.
Né è da sottovalutare l'attività del vescovo Salvatore Ventimiglia, fondatore di una ricca biblioteca poi lasciata allo Studio; così come meritano un ricordo figure quali Nicola Spedalieri (1740-1795), l'ingegnere Giuseppe Zahra Buda (1730-1817), proveniente da Malta,che riuscì a risolvere il problema della costruzione di un molo nel porto; o il naturalista Giuseppe Gioeni d'Angiò (1747-1822), cui si intitolò una celebre Accademia. Giuseppe Geremia (1732-1814), musicista amico di Paisiello rappresenta la continuità di una cultura musicale che avrebbe dato i suoi frutti nel secolo successivo.
Si viene formando così un ambiente culturale vivace, che soprattutto verso la fine del secolo sarà percorso dai fermenti innovatori, laici e democratici sintetizzati dal periodo catanese del grande riformatore Giovan Agostino De Cosmi. Grazie a questi ambienti, Catania viene definendosi come la città giacobina, borghese e democratica che si manifesterà nel secolo successivo.
La significativa espansione demografica (nel 1798 essa conta già 45 mila abitanti), la concentrazione di importanti attività economiche soprattutto nel settore tessile (seta), e il controllo della campagna circostante fanno del Settecento il periodo in cui Catania supera definitivamente altri centri rilevanti del suo hinterland: Acireale, Paternò, Lentini, Caltagirone.
Dopo il 1770, tuttavia, l'attività edilizia rallenta di molto; incompiuto resta il monumentale edificio dei Benedettini. In parte ciò è dovuto al concludersi delle fabbriche intraprese; ma incidono anche la crisi agraria e le difficoltà del commercio internazionale. Il 1764 ha visto la città devastata, col resto dell'isola, da una terribile carestia. I privilegi che consentono alla nobiltà di controllare produzione ed esportazione di grano tendono a rafforzare le posizioni dell'aristocrazia, e a stabilizzare l'economia del latifondo. Questo, per Catania, significa soprattutto il maggiorato potere di chi, come i principi di Biscari, domina la Piana. Si apre, come per il resto della Sicilia, una questione feudale, che esplode per le riforme tentate sotto il viceregno di Tanucci e, dal 1781, di Caracciolo.
Gli anni delle guerre napoleoniche nel Mediterraneo sono per la Sicilia gli anni della occupazione inglese e della trasformazione costituzionale con la fine giuridica del feudalesimo.
La città di Catania non sembra riuscire ad agganciare la congiuntura commerciale positiva che nel suo stesso territorio permette invece all'area del vigneto, tra Mascali ed Acireale, di accumulare ingenti ricchezze trafficando i vini etnei con l'esercito britannico. Nonostante gli sforzi compiuti già da prima del terremoto non è riuscita a superare gli ostacoli tecnici per la costruzione di un porto.
Nel 1798 e 1799 Catania è scossa da rivolte popolari per il pane. Si profila la crescita di uno strato popolare ribelle, anche se ciò non dà luogo ad alcun movimento rivoluzionario sul modello francese; ché anzi nel 1799, a Caltagirone, ha luogo un massacro dei giacobini, esemplare anche se di non chiara interpretazione. La cultura cittadina percepisce questo disagio e se ne fa interprete, in figure come l'irregolare poeta-filosofo Domenico Tempio (1750-1821)o nella fitta schiera di filogiacobini cresciuti alla scuola del De Cosmi: Giovanni Nepomuceno Gambino (o Gambini; 1761-1848) che dovette fuggire in Svizzera dove fu vicino a Filippo Buonarroti; Francesco ed Emanuele Rossi, Vincenzo e Carlo Gagliani, Giuseppe Rizzari. Da questi gruppi escono i deputati catanesi al Parlamento siciliano, i quali, tra il 1810 e il 1815, si schierano con l'ala più radicale.
La riforma amministrativa borbonica del 1817 istituì in Sicilia sette province sostanzialmente paritarie tra loro. La gerarchia tra le città siciliane fu ridefinita, e alterati i termini dell'antica rivalità tra Palermo e Messina. Catania si ritrovò capoluogo di un vasto territorio, sede di tribunali, dell'intendenza provinciale, di vari uffici amministrativi.
La popolazione, che in quel momento era scesa a 40 mila abitanti, risalì a 52 mila nel 1834, iniziando una straordinaria galoppata secolare: 68.810 abitanti nel 1861, 90 mila nel 1880, 150 mila nel 1900, 230 mila nel 1931, fino agli attuali 363 mila. Ragione primaria di questa crescita continua, che non ha riscontri nell'Isola, è lo scambio tra la campagna (e i centri minori) e il centro urbano. Questo si pone sempre più come polo d'attrazione per i commerci, le industrie, i consumi, e infine - specialmente nel nostro secolo - per il terziario. Nella prima metà del secolo, la principale attività industriale catanese è il settore tessile. Tessitori e artigiani - insieme ai pescatori e alla gente che vive del porto - formano il nerbo del proletariato; c'è però, accanto a questi, anche una plebe di lavoratori marginali, di diseredati, di servitori o manovali generici, caratterizzata dalla mancanza di cultura e di interessi tecnici, che si affolla nel vecchio quartiere della Civita e dell'Idria; ma meno tumultuosa e conscia della propria forza che non in città come Palermo.Sono invece gli artigiani da un lato, e dall'altro i borghesi dagli interessi prevalentemente mercantili, a dare il tono agli strati popolari.
Lo si vedrà più avanti nel secolo, con la formazione delle società operaie, e poi del Fascio dei lavoratori.
E' ancora l'agricoltura che forma la ricchezza di Catania, sia nel senso di famiglie provinciali agiate o nobili che si trasferiscono in città, sia per la partecipazione di cittadini ad investimenti terrieri. La città si costruisce così il ruolo di mercato, di centro di distribuzione, e di polo culturale: teatri, gabinetti di lettura, l'Università e le accademie come quella Gioenia, periodici culturali e politici, come Lo Stesicoro del 1835-36. Ma per tutto ciò essa deve ancora competere con altri centri, con Acireale in primo luogo. Prima dell'Unità, la città è pur sempre relativamente povera di alberghi, di strade lastricate, di locali pubblici. La rottura tra la città e il regime borbonico si consuma nel 1837: sono i moti del colera, con centro nel siracusano, che accusano la monarchia di aver sparso il veleno in odio al popolo. In realtà la difficile alleanza tra nobili costituzionalisti moderati e capipopolo viene rinsaldata dalla cecità della repressione borbonica che mira a colpire indiscriminatamente. Dopo di allora, nel 1848, nel 1860 con Garibaldi, e ancora nel 1862 con la fallita impresa garibaldina di Aspromonte, Catania fornirà al Risorgimento cospiratori massonici e carbonari, mazziniani e moderati, conssolidando un'immagine di città democratica. Ma lo schema politico del 1837 si ripeterà più volte, e ancora in occasione della repressione di Bixio a Bronte: lo si può definire come una timidezza da parte dei liberali moderati ad assumersi responsabilità di potere, per il timore di rimanere schiacciati tra la repressione dall'alto e le rivolte popolari dal basso.
Nei primi anni dell'Unità d'Italia, Catania non viene meno a tale tradizione. Nel 1865 è fondata la società I figli del lavoro, con Mazzini come presidente onorario; sciolta di lì a poco, verrà ricostituita nel 1876 dal radicale Edoardo Pantano. Dopo l'assassinio del presidente americano Abramo Lincoln, viene intitolata a lui la via Lanza (oggi Di Sangiuliano); si va formando uno strato di intellettuali radicali, presso i quali il democratismo si sposa alla totale fiducia nel potere rinnovatore della scienza. Vate di questi ambienti è Mario Rapisardi (1844-1912), poeta che sull'anticlericalismo e sul rifiuto del presente fonda la visione palingenetica di una umanità rinnovata.
Con le leggi di eversione dell'asse ecclesiastico, dopo il 1866, la città acquista gran parte di quei conventi, monasteri, ed altri beni immobili di cui la ricostruzione settecentesca aveva riempito il centro urbano.
Diventeranno scuole, caserme, uffici pubblici: concentrazione eccessiva di funzioni entro un breve perimetro, che oggi, a distanza di più di un secolo, è divenuta insopportabile. Ma è anche una grande occasione per acquistare, speculare, investire. Ed è su queste opere che la città inizia la sua crescita: si sistema la via Stesicorea (Etnea) abbassandone il livello; si imbrigliano le acque dell'Amenano (la fontana di piazza Duomo è del 1867); si tracciano e aprono nuove strade; nel 1866 si installa l'illuminazione a gas. E purtuttavia, l'epidemia di colera colpisce nel 1866-67 e ancora nel 1887.
A cavallo degli anni '50 e 60 si manifesta ancora una volta lo spirito di ricostruzione e d'intrapresa dei catanesi. Nasce a sud la zona industriale Pantano d'Arci, si formano e sviluppano grandi imprese edili, fiorisce il commercio. E ritorna il mito della Milano del Sud.
L'espansione urbanistica si svolge in modo contraddittorio. Mentre la speculazione edilizia porta a compimento il cosiddetto sacco di San Berillo (lo sventramento di una parte significativa del centro storico), viene chiamato alla redazione del piano regolatore l'architetto giapponese Kenzo Tange, che disegna uno sviluppo urbanistico equilibrato, mirato a valorizzare i quartieri periferici e dell'area sud della città, superando il monocentrismo. 
Catania, comunque, dimostra di essere una città dimanica, ricca di imprenditorialità autonoma, al contrario di altre città meridionali e siciliane, che subiscono un'industrializzazione di tipo coloniale, che spesso devasta il territorio e crea lacerazioni sociali.
Nel '68 i giovani catanesi partecipano da protagonisti ai moti studenteschi, evidenziando i fermenti culturali che animano la città.
Il rilancio economico e culturale cozza, però, negli anni '70, con la nuova mafia e con i processi degenerativi del potere politico. La trasformazione, nella Sicilia occidentale, della mafia rurale in mafia urbana prima e in mafia finanziaria poi, estende l'area di influenza e di intervento delle cosche mafiose in tutta la Sicilia. Anche a Catania si forma e si organizza un potere mafioso, che condiziona la vita civile, le attività economiche e la politica.
Nonostante ciò, la città mantiene un'identità moderna e laica, come è dimostrato dall'alta percentuale di voti, superiore alla media nazionale, a favore del divorzio e dell'aborto, nei più significativi referendum che si svolsero in quel periodo.
Negli anni '80 si manifesta una forte reazione democratica contro la mafia e contro i processi degenerativi della politica, che rompe vecchi e consolidati equilibri di potere. La crisi politica, tuttavia, si protrae fin verso la fine del decennio, lasciando la città sostanzialmente senza una guida. L'effetto dell'assenza di governo è il blocco delle opere pubbliche e dell'edilizia abitativa, che erano state un volano dello sviluppo, la crisi profonda dell'apparato industriale, il deperimento delle attività commerciali e terziarie in genere, l'impoverimento del dibattito culturale.
Solo all'inizio del decennio in corso cominciano a manifestarsi i primi sintomi di inversione di tendenza, perchè una nuova classe dirigente comincia a ridisegnare un progetto per la città. Ma i progressi sono lenti e contraddittori, perchè i guasti degli anni '80 hanno lasciato segni profondi e perchè la negativa congiuntura economica nazionale penalizza maggiormente il Mezzogiorno.
Il merito principale della nuova classe dirigente è quello di garantire un rigore politico ed amministrativo, mantenendo un clima civile nel confronto politico, all'altezza della migliore tradizione laica della città. Mentre altrove la crisi degli anni '80 ha prodotto spaccature sociali e politiche profonde ed odi insanabili, frutto anche del manicheismo politico e culturale delle classi dirigenti, a Catania è prevalso uno spirito di tolleranza, che ha consentito un'amministrazione fondata sul confronto costruttivo e sul consenso.
Il centro storico è stato trasformato in un salotto, ove è possibile circolare e divertirsi fino alle ore piccole; vanno fiorendo nuove attività culturali ed artistiche; i quartieri popolari dispongono di nuovi servizi e strutture.
E' vero, tuttavia, che il tasso di disoccupazione rimane altissimo e che i giovani vivono nell'ansia del futuro. La questione del lavoro è, come in tutta la realtà meridionale del Paese, la principale questione catanese di oggi. Per affrontarla e risolverla occorre realizzare il progetto della Catania del 2000, al quale si sta già lavorando: infrastrutture moderne, interporto, reti telematiche, alta tecnologia, ricerca scientifica, sostegno alle imprese, valorizzazione, anche a fini turistici, del patrimonio ambientale e storico.

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